Erro… Ergo sum!

Erro… Ergo sum!

La prima riflessione che desideriamo lanciarvi riguarda l’apprendimento e trae spunto da questa frase: 

“Ogni atto di apprendimento cosciente richiede la disponibilità a subire una ferita alla propria autostima. Questo è il motivo per cui i bambini, prima di diventare consapevoli della loro importanza, imparano così facilmente; e perché le persone più anziane, specialmente se vanitose o importanti, non riescono a imparare affatto.” (Thomas Stephen Szasz)

Durante i loro primi anni di vita i bambini apprendono in effetti cose realmente molto complesse, come ad esempio camminare e parlare. Siamo soliti pensare che la loro velocità nell’apprendimento sia legata al fatto che, essendo ancora dei giovani germogli, siano più “plastici” rispetto agli adulti… Ma siamo sicuri che dipenda solo da questo? Qual è il loro segreto? E qual è il nesso tra autostima e apprendimento?

L’obiettivo di questo articolo è riflettere su questi aspetti e individuare “l’ingrediente segreto” dell’apprendimento che consenta di fare il salto di qualità nell’acquisizione di nuove competenze. 

Immaginiamo di affacciarci alla finestra e guardare le persone che passano per la strada camminando: chi scrive messaggi al cellulare senza guardare dove mette i piedi, chi conversa con l’amico a fianco, chi si affretta con il peso della busta della spesa che lo sbilancia da un lato… Ma tutti camminano, un passo davanti all’altro, ognuno nel suo modo, più elegante o meno elegante, senza pensare neanche per un attimo che lo stanno facendo: è quello che viene definito un automatismo. 

Si stima che un bambino impari a camminare tra i 10 e i 18 mesi: come abbiamo fatto ad apprendere con successo una cosa così complessa, che richiede il coinvolgimento e la coordinazione di tanti muscoli, quando eravamo solo dei nanerottoli gattonanti?

Quali sono i comportamenti chiave che ci hanno consentito di apprendere questo complicato processo e di continuare a praticarlo fino a farlo diventare un automatismo?

E soprattutto, perché tutti abbiamo imparato a camminare mentre c’è qualcuno che, ad esempio, non ha imparato a guidare, nonostante la scuola guida e altre numerose occasioni di apprendimento,  negandosi in questo modo il notevole vantaggio di essere autonomo negli spostamenti?

Per rispondere a queste domande vediamo innanzitutto come funziona l’apprendimento.

Secondo il cosiddetto “Modello delle 4 fasi”, per acquisire una nuova competenza e fare in modo che diventi un automatismo, bisogna necessariamente passare attraverso il seguente processo:

Fase 1 – Incompetenza Inconscia: non so che non so fare
Non conosco una cosa e non mi sono posto il problema di non saperla fare. Nel nostro esempio, il bambino gattona felice per la stanza e non si pone il problema di spostarsi in un modo diverso.

Fase 2 – Incompetenza Conscia: so che non so fare
Acquisisco la consapevolezza che esiste una cosa che non so fare o un modo diverso rispetto al mio di fare una determinata cosa e decido che voglio apprenderla. In questa fase il bambino si rende conto che gli adulti stanno in piedi e vuole imitarli, ma non sa ancora come fare.

Fase 3 – Competenza Conscia: so che so fare
Ho appreso la tecnica, so come si fa, ma devo essere sempre concentrato su ciò che sto facendo e, non avendo ancora piena padronanza dei nuovi comportamenti, commetto inevitabilmente degli errori. In questa fase il bambino fa i primi passi, inizialmente usa qualcosa a cui appoggiarsi, ha capito che deve mettere un piede davanti all’altro, riesce a reggersi più o meno in equilibrio, ma spesso inciampa e cade. 

Fase 4 – Competenza Inconscia: non so che so fare
Continuo a fare pratica, imparo dagli errori, modifico ciò che non funziona, fino a che riesco a fare ciò che ho appreso senza più doverci pensare. Il bambino del nostro esempio cammina finalmente in modo stabile e sicuro. Poi si accorge che esistono anche delle scale che possono essere salite… E il processo ricomincia.

Se pensiamo a tutto quello che abbiamo appreso nella nostra vita, da bambini o da adulti, è facile collegare a queste fasi i passaggi che abbiamo dovuto compiere. 

Ora pensate un momento a cosa sarebbe accaduto se il bambino, dopo essere caduto 5, 7 o 10 volte, invece di rialzarsi e riprovarci, si fosse detto: “Mi sa che questa cosa del camminare non fa per me… Non sono portato… Il mio cuginetto ha imparato due mesi prima di me e con molta più facilità… Io non faccio altro che cadere… Invece gattono tanto bene! Si è vero, gli adulti sono tutti in piedi, ma evidentemente non hanno avuto tutte le difficoltà che ho avuto io… Quasi quasi lascio perdere e continuo a gattonare…”

Questo modo di dialogare all’interno di noi stessi vi ricorda qualcosa? Vi è mai capitato di aver iniziato ad apprendere qualcosa, come ad esempio una lingua straniera o un nuovo sport, e di aver abbandonato tutto dicendovi qualcosa di simile? Forse sì.

Qual è quindi la differenza tra il comportamento messo in atto dal bambino che, comunque vada, prima o poi impara a camminare, e quello che in alcune occasioni mettiamo in atto da adulti e che ci porta a desistere dall’apprendere qualcosa che ci piacerebbe o ci sarebbe utile imparare?

Il bambino semplicemente vede gli adulti che stanno in piedi e pensa che, se loro stanno in piedi, prima o poi ci riuscirà anche lui. Non si sente ridicolo o inadeguato se cade, non si confronta con il percorso altrui nell’apprendere la stessa cosa, non si giudica mentre sta apprendendo.  E’ concentrato su quello che fa e accetta l’errore come parte del suo percorso, misurando i suoi progressi e confrontandosi solo verso se stesso.

Prendiamo ora in esame qualcosa che abbiamo appreso da adulti, come ad esempio guidare l’automobile: come ci siamo sentiti la prima volta che, dopo le lezioni di scuola guida, abbiamo guidato in mezzo al traffico della città? Pensiamo a come oggi invece, dopo molta pratica, riusciamo a mettere in atto in modo automatico la complessa sequenza di movimenti che ci consente di cambiare marcia, frenare, accelerare o reagire prontamente di fronte a un imprevisto.

Possiamo facilmente ricollegare questo processo a quello seguito dal bambino per imparare a camminare e alle 4 fasi della competenza elencate precedentemente.

In questo caso però esistono anche alcune persone (rare, per fortuna) che, avendo vissuto in modo negativo gli errori che facilmente si possono commettere durante la fase di pratica nella guida (abbozzare il paraurti, rigare la fiancata, tamponare un’altra autovettura, etc.), si sono convinte di “non essere portate per guidare” o di “essere un pericolo alla guida”, rinunciando a imparare una cosa della quale oggi è davvero difficile fare a meno.

Ecco qui svelata la correlazione tra apprendimento e autostima: la sensazione di disagio e inadeguatezza in caso di errore non appartiene al bambino, che va avanti per la sua strada e continua a sperimentare, motivato dai suoi progressi e con l’obiettivo chiaro davanti a sé di imparare una cosa nuova… E’ questo il suo ingrediente segreto. 

La differenza chiave tra l’adulto e il bambino si concretizza quindi nel diverso significato che viene dato  alla “caduta”; questa differente interpretazione determina una diversa emozione, che determina a sua volta una differente azione, come ad esempio continuare o abbandonare quello che si sta imparando. (Approfondiremo in un prossimo articolo l’importante legame tra significato-emozione e azione, che merita una trattazione ampia e dedicata).

Quale significato alternativo possiamo dare ai nostri errori, in modo che sostengano la nostra autostima invece di ferirla?  Semplice: quando stiamo apprendendo e “cadiamo” significa che stiamo sperimentando qualcosa di nuovo e questo non può che alimentare positivamente la nostra autostima, perché significa che stiamo crescendo e migliorando noi stessi. Quando invece non siamo in grado di accettare il rischio dell’errore e abbandoniamo il nostro percorso di apprendimento, la nostra autostima non ne esce rinforzata, perché stiamo fuggendo da un passaggio obbligato per l’acquisizione di qualsiasi nuova competenza.

E’ anche vero che, mentre tutti applaudono a un bambino che cade e che si rialza, non sempre lo stesso accade ad un adulto che commette un qualsiasi errore in fase di apprendimento. Non permettete agli altri di influenzare il vostro percorso, ignorate gli eventuali commenti negativi o sarcastici: siete in fase di apprendimento e avete il permesso di sbagliare. Prendete dagli altri solo eventuali suggerimenti utili e imparate a valutare da soli i vostri progressi, confrontandovi solo con voi stessi e puntando dritti verso gli obiettivi che vi siete prefissati.

Non siete ancora convinti? Pensate per un attimo a cosa sarebbe accaduto se Thomas Edison, che riuscì a perfezionare la lampadina solo dopo migliaia di tentativi, si fosse demoralizzato e avesse abbandonato il suo progetto prima di portarlo a termine… Si dice che durante una conferenza stampa un giornalista gli chiese: “Mr. Edison, come ha fatto a sopportare di fallire duemila volte nel tentativo di fare una lampadina?”. Edison, con grande tranquillità, gli rispose: “Io non ho fallito duemila volte nel fare una lampadina… Ho scoperto millenovecentonovantanove modi per non fare una lampadina”.

Un diverso punto di vista che fa molta differenza nel raggiungimento del risultato desiderato!

E allora… Avete abbandonato il vostro corso di lingue o le lezioni di ballo? Il vostro maestro di sci è rimasto ad aspettarvi sulla pista? Il computer vi guarda con aria di sfida? E’ arrivato il momento di buttarvi e apprendere finalmente quello che desiderate, pensando semplicemente che è solo una questione di metodo, di tempo e di pratica, accettando ogni eventuale errore come parte integrante del vostro percorso di crescita.